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Il libro scritto da Ing. Tess. Romano Dubbini



































































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LA MODA: elemento di importanza strategica nella filiera tessile

Premessa

Questo argomento fu trattato nell’anno 2005, cinque anni fa, dal Cav. del Lavoro Mario Boselli, allora come oggi, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, in un articolo dal titolo: “Il tessile - abbigliamento – moda nel mondo”, pubblicato dalla rivista Impresa & Stato.

Mario Boselli, nella Sua relazione, elencò le ragioni del successo del Sistema Italia dicendo che i pilastri su cui poggiava il Sistema Moda Italiano erano due: uno basato sulla nostra cultura, sulla nostra storia, sui nostri beni nazionali che in sintesi possiamo definire “effetto rinascimento” e l’altro la tecnologia applicata basata sulla completezza della filiera tessile, sul meccano tessile e sulla ricerca applicata. Mario Boselli nel Suo articolo, cita anche la “cruciale fase del finissaggio tessile” e riprende il termine di “mano dei tessuti”.

Oggi, a distanza di cinque anni, si conferma tutto quanto Mario Boselli anticipò e cioè che la moda italiana è un elemento di importanza strategica nella filiera tessile.

Da questa considerazione, parte la mia relazione odierna con la quale intendo approfondire il significato del termine “Moda” sotto il profilo storico ma specialmente sotto il profilo tecnico.

Cenni storici

Storicamente la Moda, intesa come costumanza variabile, iniziò ad interessare ampi strati della popolazione, soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Prima di quel momento non si parlava di moda ma tutt’al più di usanza, di foggia o di costume. I vestiti “modello” erano unici e venivano utilizzati per un unico evento, venivano confezionati dalle sartorie, le grandi sartorie capaci di creare il capo per eccellenza; il resto era usanza e abitudine priva di stile e di creatività. In quel tempo, il motivo conduttore della Moda veniva dalla Francia, da Parigi, dagli atelier dei sarti della città della moda.

Nel 1951 il Marchese Giovambattista Giorgini organizzò la prima sfilata collettiva nella Sala Bianca di Palazzo Pitti invitando le prime firme emergenti dello stile italiano come Krizia, Missoni, Valentino, Pucci e Roberta di Camerino. Ma la grande svolta arrivò portata dalla rivoluzione del’68. I modelli unici di alta moda cuciti a mano su misura negli atelier dei sarti, diventarono obsoleti e superati nel mondo in rivoluzione che vestiva in jeans ed in eskimo. D’altra parte la gente che fino ad allora si era vestita senza pretese, rivendica vestiti di maggior qualità, dotati di uno “stile” e, nello stesso tempo, con costi contenuti. Inizia in questo modo ed in quel tempo l’industrializzazione dello “stile”.

Negli anni 70 s’impongono gli stilisti. Nel’72 debuttano Laura Biagiotti e Roberto Cavalli, mentre nel 75 Armani e Sergio Galeotti fondano la Giorgio Armani S.p.A. Nel 77 Fendi si afferma e si dedica pure agli accessori, nel 78 irrompono Versace e Ferré. Alla fine del 70 la compagine vincente del Made in Italy è pronta ed anticipa la nascita del “prête à porter”, normalmente associata agli anni 80. La figura dello stilista continua a prevalere e ad imporsi fino al punto che il “Made in Italy” va alla ricerca di un palcoscenico più ampio consone alla sua nuova dimensione. La fiera di Milano è pronta e sarà la risposta a tali necessità.

La Milano della moda diventa “MilanoVendeModa”, Firenze viene abbandonata; a Milano iniziano le sfilate capitanate da Missoni e da Krizia. Nel 1979 Beppe Modenese, eminenza della moda, riunisce una quarantina di griffes nei saloni fieristici del “modit”. Nello stesso anno l’esposizione viene perfezionata con la nascita del centro sfilate di “Milano Collezioni”. In questo contesto, una dopo l’altra, salgono in passerella tutte le più grandi firme. Dal 1982 MilanoVendeModa sarà inglobata da EXPO, l’ente che organizza le fiere per conto dell’Unione del Commercio di Milano. La conclusione è che nell’anno successivo, la rassegna salirà sul palcoscenico della fiera di Milano con un successo senza precedenti. Siamo arrivati al punto che MilanoVendeModa diventerà sinonimo della totalità delle manifestazioni; Firenze abdica alla cornice meno salottiera della Campionaria dove le novità industriali trovano sempre più spazi e seguito.

Gli anni 80 segnano un ulteriore progresso della moda italiana nel senso che dalla fiera di Milano si passa alla fiera nel mondo. Esplode il fenomeno degli stilisti e debuttano Alberta Ferretti (anni ’80), Luciano Soprani (1982), Enrico Coveri (1982). Le collezioni prolificano, si specializzano, si segmentano nelle diverse linee: giovani, donna, uomo per arrivare ad uno stile specifico, quello dei jeans. Il primo jeans firmato, firmato da Armani, irrompe nelle vetrine nel’81 a Lit. 18.000 il capo. Contemporaneamente, Armani conquiste le copertine del Times, simbolo della consacrazione delle stile italiano e di Milano, capitale internazionale della moda. Questa città diventa palcoscenico di nuovi fenomeni come l’affermazione di Trussardi attraverso una nuova forma di pubblicità che occupa grandi spazi, da Piazza Duomo al Teatro alla Scala. Inizia, inoltre, il fenomeno delle sfilate – spettacolo allargate ad un pubblico sempre più ampio.

La moda impazza, tutto diventa moda, la moda dilaga, la moda s’impone dalle Timberland ai jeans di Armani, ai piumini Moncler. La dipendenza dalla moda è tale che viene stigmatizzata dal nuovo termine “fashion victim”. E’ proprio con l’ironia sulle vittime della moda, si afferma fra polemiche e colpi di scena lo stile di Franco Moschino; nel’85 sfilano Dolce e Gabbana, porta bandiera di uno stile regionale. Il sorpasso di Milano su Parigi, storica capitale della moda, è talmente conclamato che nel 1989 Gianfranco Ferré viene chiamato alla direzione artistica della Maison Dior, simbolo massimo della “Coutur francese”.

Negli anni 90, l’Europa si prepara alla grande unione sotto il segno dell’EURO per cui anche MilanoVendeModa si fonde con Modit in MoMi – Moda Milano. Ormai, il Made in Italy si muove su un palcoscenico mondiale pur continuando a far leva su quella fiera dalla quale era partito.

Inizia il nuovo millennio con MilanoVendeModa che divenda MI-MILANO PRÊT À PORTER. Il Made in Italy è alla svolta millenaria, molte case si fonderanno nei poli dei lussi internazionali, coniugando la moda alla finanza e trasformando le griffe in multinazionali. Nel 2003, finita l’esperienza di MoMi – Moda Milano, Modit e MilanoVendeModa tornano ad essere manifestazioni indipendenti. Il resto è storia dei più recenti anni 2000, che al termine del primo decennio registrano la rifondazione di MilanoVendeModa in MILANO PRÊT À PORTER. Questo per quanto riguarda le fiere di Moda, mentre per tutti gli ultimi anni le sfilate che rappresentano i più alti livelli dello stile della moda italiana sono state sempre organizzate dalla CNMI ed è cambiato solo il nome da Milano Collezioni a Milano Moda Donna e Milano Moda Uomo.

Il colore nella Moda

Al giorno d’oggi, io penso che la Moda debba essere intesa come una funzione della distribuzione talmente importante da poter affermare che senza la moda non c’é mercato, senza la moda non c’è consumo. Sotto il profilo tecnico, penso che la moda italiana sia il frutto di quattro elementi fondamentali in sinergia fra di loro: “la fantasia tipica dell’italiano” (l’area creativa di Boselli) da cui nascono i migliori stilisti nostrani; “la ricerca tecnologica” (l’area tecnologica di Boselli) basata essenzialmente sullo sviluppo del finissaggio tessile; “la mano dei tessuti” (sinonimo di stile)ed infine il ruolo importante e imprescindibile del “colore nella moda”.

Stile, fantasia, finissaggio, mano, colore, questi sono i pilastri, tutti italiani, che fanno della moda un elemento d’importanza strategica nella filiera tessile. Se è vero che senza la moda non c’è commercio, è ancora più vero che senza stile e colore non si può parlare di moda. L’obiettivo di questa mia ricerca è quindi quello di coniugare lo stile ed il colore quali elementi fondamentali per creare fashion.

Partiamo dal colore e domandiamoci se un abito di Coveri, le sete stampate di Dolce e Gabbana, le tute di Moschino e domandiamoci se non sono forse paragonabili ai quadri più famosi dell’800!

Aiutiamoci quindi con la “storia dell’arte”!

I pittori cosiddetti “Impressionisti” dell’800 sono così chiamati non perché usavano colori impressionanti, ma perché le loro opere si riconoscono per uno stile anticonformista cioè di rifiuto della pittura accademica, storica, mitologica e per la rinuncia ad iniziare e portare a termine negli studi o atelier le loro opere. I pittori impressionisti si riconoscono per la loro creatività nata dal “vero” ossia “en plein air” (all’aperto) capace di cogliere “l’attimo fuggente” offerto dai colori della natura illuminata dalla luce del sole di quel preciso momento.

Il termine “Impressionismo” fu coniato in senso dispregiativo dalla critica di un giornalista in occasione della prima mostra organizzata a Parigi nell’anno 1874 nella quale venne esposta un’opera di Claude Monet dal titolo “Impression, soleil levant”. Ecco quindi che il sol levante, l’alba sfumata di una mattina ad Havre, suscitò nell’animo dell’artista una “impressione”!

Attenzione: nel quadro di Monet non sono i colori che impressionano! Sono la scena, il contesto con l’insieme dei colori di una immagine che determinano una impressione nell’animo dell’artista nel senso di “farlo pensare”.

Sta di fatto che da questo dipinto deriva il termine “impressionismo” che diverrà il nome del movimento culturale forse più importante nella storia dell’arte. Quindi non esistono colori impressionanti, ma situazioni o contesti in grado d’impressionare l’animo dello spettatore o dell’artista grazie soprattutto alla complicità dei colori. I colori presi da soli non impressionano e non suscitano emozioni; è il contesto che coinvolge i colori facendoli diventare protagonisti della scena. Un colore, due colori, diversi colori, solamente se presenti in un contesto, possono emozionare ed impressionare; se poi concorrono a dare forma ad un oggetto possono diventare espressivi; se infine gli oggetti rappresentati sono frutto di pura fantasia allora si arriva alla creatività, all’arte pura, cioè all’originalità dell’opera, all’invenzione, al capolavoro. Ora si capisce perché Picasso é un artista famoso.

La stessa cosa si verifica nel settore del tessile e cioè nella tessitura, nella tintura e nel finissaggio di un tessuto destinato ad essere “modellato” dalla fantasia e dalle mani di un artista, lo stilista che interpreta o determina la “Moda”. Ma non è finita perché nel giudicare un “modello”, inteso come tessuto confezionato, non interviene soltanto il senso della vista cioè il giudizio sul’aspetto cromatico del contesto; interviene anche un secondo senso che coinvolge la natura del tessuto stesso e del finissaggio cui il tessuto è stato sottoposto; tutto ciò si verifica attraverso la sensibilità dei polpastrelli delle nostre dita, cioè attraverso il senso del tatto grazie al quale si determina una sensazione più o meno emozionante in grado di comunicarci le proprietà più nascoste del tessuto in esame fino al punto di essere intimamente coinvolti, come se il tessuto stesso possedesse la capacità di trasferire la sensazione della propria “intimità” attraverso la sensibilità delle nostre “mani”. E così che un tessuto prima ancora di diventare modello, acquista e possiede una propria ”mano”. Stile, fantasia, finissaggio, mano, colore, ripeto, sono i pilastri, tutti italiani, che fanno della moda un elemento d’importanza strategica nella filiera tessile; ma l’arma vincente per il futuro, a mio avviso, sarà il colore, attraverso gli accostamenti e l’armonia dei contrasti.

Forse qualcuno dei presenti non sa ancora che in un sito internet, a costo zero, esistono e si creano giorno dopo giorno, migliaia di nuances accostatate fra di loro in armonie preordinate e regolate da leggi di mescolanza. Si tratta dei cosiddetti “pannelli Kuler” rilevabili dal sito http://kuler.adobe.com

Il pannello kuler permette di accedere a gruppi o temi di nuances, creati da una comunità on- line di grafici. Potete accedere ai temi di nuances, modificare le stesse creando nuovi accostamenti in base a un criterio automatico e armonico proposto dal menù a scomparsa; ma la possibilità più originale è quella di poter identificare le nuances in un modello di colore CMYK estrapolato dalla Teoria del Colore di Kueppers secondo la regola della mescolanza sottrattiva nella quale tutte le nuances si quantificano con l’impiego, in percentuale, di quattro colori: due colori secondari più il nero mentre il bianco è prelevato dal fondo bianco del supporto. Con il modello di colore CMYK si possono calcolare direttamente le percentuali di pigmento da impiegarsi nella formulazione di una pasta per stampa o per resinatura. Ma c’è di più, le nuances presenti nei pannelli kuler sono individuate anche con un secondo modello di colore, il modello RGB con il quale è possibile interpolare e ricettare le nuances secondo la regola della “mescolanza integrata”, una scoperta di Kueppers nella Sua “Teoria del Colore”. La mescolanza integrata, inventata da Kueppers, permette di ottenere nuances più pure più reali, meno costose e meno inquinanti di quelle ottenute con la mescolanza sottrattiva, sempre attraverso l’impiego di solo quattro colori; in questo caso con l’impiego di un colore primario, di un colore secondario, più il nero ed il bianco, prelevato sempre dal fondo bianco del supporto.

L’applicazione pratica della Teoria del Colore di Harald Kueppers nel finissaggio tessile è veramente affascinante e allo stesso tempo conveniente. Io penso che sarà materia di studio e di applicazione del futuro, specialmente nella filiera tessile per soddisfare le future esigenze ed aspettative della “Moda nel tessile”, legata alla continua e dinamica trasformazione della società, sempre più globalizzata ma nello stesso tempo sempre più colorata in quanto continuamente legata alle varie culture che la compongono.

Bibliografia

1) Boselli M. “Il tessile-abbigliamento nel mondo” Impresa&Stato Rivista della Camera di Commercio di Milano 72 (2005)

2) Dubbini R. “Alla scoperta della Teoria del Colore di H. Kueppers” Tinctoria 10 (2006) 31-35

3) Dubbini M., Dubbini R., Rosace G., Sapienza F., “Studio comparativo delle teorie del colore di Johannes Itten e Harald Kueppers applicate alla tintura con pigmenti a foulard” – Tinctoria – 3 (2007) 37-44

4) Rosace G. “Nuove frontiere della colorimetria: la teoria del colore di Harald Kueppers” – Tinctoria – 6 (2007) 32-42




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